sabato 2 aprile 2011
La barca degli amanti
Chi era quell'erinni, quella pazza
che piangeva di un pianto rantoloso,
nel sogno, e m'insultava, mi graffiava?
Era Megera, Tisifone o Aletto?
Dovevo averla conosciuta un tempo,
da giovane, ma ero un vecchio adesso,
e lei, seppure pallida e arruffata,
sembrava poco più che una ragazza.
Di che colore erano i suoi occhi?
Malediceva il mio nome, mi odiava,
mi spintonava, ma non senza grazia
e con qualche rispetto o cautela,
perché eravamo dentro una barchetta
fragile e vacillante, senza vela
né remi né timone. Tutt'intorno
uno stagno miasmatico e immoto.
Non fosse che era truce e scarmigliata
sarebbe stata bella, unica luce
in quel grigio crepuscolo brumoso,
perché era bionda e d'aspetto gentile.
Mi erano familiari i lineamenti,
pure alterati da furia belluina.
Conoscevo il suo seno battagliero,
le gambe snelle, l'anca di pantera.
Aveva le unghie d'un carminio scuro
e una tunica bianca, ma in passato
poteva essere stata una dark lady
rossa di pelo, o interamente nera.
Dubitavano il cuore e la memoria
tra vari nomi. Non potei chiamarla
che amore, mentre la sollecitavo
ad abbracciarmi, a non lottare più.
Infine eri anche tu, mio nuovo amore,
tu che sei mite e mai con me ti adiri.
Ti acquietavi difatti, eri serena
mentre poi ti sedevi e m'invitavi
a stare accovacciato, a te abbracciato
immobile, per tema che la barca
senza remi né vela né governo
si rovesciasse. “No lo sai?”, dicevi,
“siamo già morti, e questa morta gora
è l'inferno - ma tu non la guardare,
resta qui rannicchiato nel mio abbraccio”.
Giovanni Monasteri
martedì 4 marzo 2008
stalking
Nei sogni càpita ancora d'incontrarla.
Per lo più in luoghi pubblici, per strada.
Al suo passaggio la scena
come in un fermo immagine si raggela:
una folla fioca e sconosciuta
resta immobile e intenta, mentre lei,
nerovestita e altera, fila svelta
verso una calle stretta, una svolta,
un portico, un portone che la inghiotte.
Anch'io sto fermo, per lo più seduto,
ma non come chi aspetta.
Il luogo non mi è familiare. Andavo in giro
tra cartelli e insegne e rii e ponti
non so in che direzione. Lei invece
ha una precisa meta:
passarmi accanto di fretta,
per ricordarmi che è bella
e che le sono invisibile.
Giovanni Monasteri
venerdì 4 maggio 2007
La Commedia, di Anna Setari
Il titolo è provvisorio e il lavoro, come riferisce l'autrice, in progress. Attendiamo il seguito.
1.
Non c'era Dio: vuota la sua poltrona,
volato via, sparito, dileguato -
se pure mai un tempo c'era stato.
Non sapeva con che parole dirlo
mia nonna, come fosse una vergogna
di famiglia da perderci la faccia
coi vicini, venendomi incontro
tra quel mortorio di progenitori
delusi, spaesati, immusoniti
nei loro antiquati vestiti scuri,
smarriti in quella domenica lunga
senza festa, né banda, né sposi.
"Non te ne incaricare, figlia mia",
diceva lei, con ansia e mitemente,
sgranando nella tasca del grembiule
tra le dita il rosario di sempre.
E mi guidava per le scalinate
in visita alle stanze, alle cucine
e terrazze della casa paterna
padronale, su nella parte alta
della cittadella abbandonata.
Due leoni dormivano all'ingresso,
le scale erano ingombre di bambini.
Le donne spennavano in cortile
ali d'angelo, tanto per far passare
il tempo eterno. Facevano cuscini,
e qualcuna il solletico, ridendo.
Gli uomini col cappello sugli occhi
stavano muti in fila sui muretti.
2.
Nei sotterranei poi, chi ci scendeva?
La scala era di corda sfilacciosa
ed il puzzo dal fondo nauseante.
S'era pensato di ristrutturarli,
ma poi i lavori smisero, bloccati
da mancanza di voglia, contagiosa.
Allora da quel pozzo erano saliti
a prendere aria con tutta l'altra gente
quelli di sotto, un po' alla spicciolata,
fermandosi taluni sulla soglia,
altri mettendo piede in ogni stanza.
"Che dovevamo fare, figlia mia,
rimandarli in quell'immondezzaio?
Son poveri cristiani, uguali a noi..."
diceva mia nonna. Ed in effetti
non erano diversi poi dagli altri.
Solo i diavoli stavano in disparte
fumando in santa pace sulle sdraio.
Chi discuteva d'alta teologia,
in lingue morte e vive confutando
del suo vicino la erronea teoria,
chi giocava ai dadi e chi a tressette.
3.
Vieni, vieni , mi disse la mia nonna,
non startene a guardare queste ombre
oziose laggiù, senza più un'ombra
di quello che un tempo sono state:
non sono che un elenco di persone -
Vientene via, che ti voglio mostrare
- cammina appresso a me, figlietta mia -
inferno e paradiso sono insieme.
Prese per un stradella stretta a scale
che di filata tra orticelli e chiostri
portava fino in alto alle rovine.
Fu così , affacciandomi a guardare
da lì sopra - e c'era tutto un fitto
di tegoli e cortili e panni stesi -
che li vidi. Per caso, o fu lei forse
a indicarli stringendomi la mano.
Erano laggiù, su una terrazza -
una prua che s'apriva fra le case.
Lei s'era appoggiata alla ringhiera,
beata della vista mattutina,
e s'asciugava i riccioli nel sole.
Lui scherzava con in braccio
la bambina - la prima, quella
che sorride a un pupazzetto
nel ritratto a pastello dello studio.
Lo riconobbi credo dai capelli
ch'erano come al tempo della guerra,
lucenti, simili a quelli di Ulisse.
4.
Giungiamo ad una casa sul confine
di un lungo muraglione, lontana
da ogni altra, murata nelle pietre
di quella ormai cadente recinzione.
È qui che ha passato questi anni,
dice lei, e su in alto mi mostra
una finestra dalle imposte chiuse.
Ora è morta. La pelle si era fatta
negli ultimi tempi trasparente,
tesa, come di larva, o come un'ala
d'insetto. Si è consunta dunque,
di vecchiaia, dopo la lunga sua morte
presunta. Ed io non l'ho saputo -
o forse solo in sogno, con fatica
ho pensato un esilio, una remota
abitazione, solitaria, rossa
come le case cantonali al margine
di vecchie statali abbandonate,
come una casamatta su un crinale
o un orinatoio nell'angolo più cieco
dei giardini d'una città di malaffare.
Non ti credere, no, che non pensasse:
sempre ci pensava a voi due...
dice mia nonna. Parla perché è buona.
Ma non può saperli i suoi pensieri.
Nessuno sa i pensieri di mia madre.
"E chissà se mai" - questa è la mia voce
che va tentando quella falsa traccia -
"è venuta a guardarmi, da lontano,
di nascosto, come Anna Karenina
- se ha riconosciuta la mia faccia -
quando ero ancora bruna - se mi ha vista
da donna, allora, quando ero bella -
bella del mio bambino." Figlia mia,
che vai dicendo? ma te lo sei scordato
che mamma non ci vedeva, poverella?
5.
Nella luce viola del crepuscolo
seguendo i passettini da colomba,
ineguali, di mia nonna che scende
per una stradicciola disselciata,
forse a gradoni un tempo, adesso invasa
da cespi duri e fitti d'erbe matte,
mi sento salutare da una voce
e, come fossi al telefono di sera,
quasi mi pare di conoscerla,
anche se non distinguo figura
nè viso nel fondo delle ombre
addensate e fatte ormai notturne.
Ma ecco uno che, dal cupo di un portone,
si fa avanti, ed io, pure se incerta,
lo ravviso, e con molto stupore
sapendolo ancor vivo."Ah," dice, "quello
per cui ora ti confondi, è come pensi
ancora là, nella valle d'esilio,
presso quel fiume lento d'acque morte,
lungo le strade dal percorso breve
che, nei mattini coperti di sonno,
lo portano al lavoro senza voglia
e a sera, tra scie fioche di luci,
riportano alla stanza silenziosa,
dove spesso si chiede in quale punto
s'è persa la sua vita, in quale crepa,
in quale inciampo cadde, mirando
a quale meta ignota e proibita.
Lo vedi ancora in quelle stesse vie,
ma è morto in verità. Anzi sono, io,
morto. Da un pezzo. Fu come lui pensa:
cadendo, come avviene, nel salire
la gioventù, impervia, avventurosa.
Te lo dicevo - anzi lo diceva, lui,
d'essere morto e poi sopravvissuto
- e dipingeva un alto precipizio,
una scena teatrale da ex voto.
Tu ridevi, volendo che scherzasse:
alcune verità soltanto il sogno
può dirle, e il riso, qualche volta:
ogni altro discorso le dispoglia.
Accadde in anni che non ricordi più,
che hai sperperati in fuga di pensieri.
A lui invece duole ancora quel tempo
e gliene torna nella testa l'eco,
e lo sveglia dentro al sonno, in affanno
per il senso diviso d'esser vivo
in questa mezza luce d'uomo morto."
6.
Si usciva, oltre un corto sottopasso,
in un cortile con due fichi e un pozzo.
Lungo un muretto allineate in fila
alcune travi, e sopra vi sostava
un'aquila, che ogni tanto, oziosa,
apriva un poco le ali, come spesso
fanno i volatili sull'aia. Un vecchio
se ne stava nel sole su una soglia
intagliando qualcosa sui ginocchi,
e più in là, da uno spiazzo non in vista,
veniva un chiasso lieto, di bambini.
Il suo non c'era più da tanti anni -
quel figlietto che non gli somigliava,
quel figlio ch'era tutto della madre -
Un giorno s'era fatto taciturno,
geloso di tutti i suoi pensieri,
e s'era messo lungo una sua strada,
solo, con brevi gesti di commiato.
Pure la madre, allora, come il vecchio
era rimasta indietro sulla soglia,
anche se poi di finestra in finestra
fino all'alto solaio e sopra il tetto,
protesa in lungo volo di sospiri
lo cercava in cammino lungo gli anni.
Ma la strada del figlio si smarriva
nel fondo, polverosa, oltre gli estremi
muretti dei cortili, oltre i fossati
ed i campi, oltre gli eterni ritorni
delle lune e dei soli all'orizzonte.
La madre non scendeva più da basso:
fatta più lieve ormai del suo sospiro,
viveva in mezzo a tortore e farfalle.
Il vecchio stava invece sulla soglia
a far pinocchi e cavallucci ancora
per gli altri bambinetti, figli d'altri.
7.
Ai bordi del recinto appollaiati
stavano muti in fila gli sciamani,
immobili, con gli occhi semichiusi
e gli zigomi ossuti tra le mani.
Non avendo più sogni in cui viaggiare,
si muovevano poco, e lì d'attorno:
masticavano lenti qualche foglia
e, non si sa se fosse un'impressione,
ma parevano intenti ad osservare
uno sparuto gruppo di profeti
giocare a bocce non molto distante
con altri tali energici e canuti,
artisti vasai antichi plasmatori
pieni di buona voglia, quasi lieti
come degli scienziati congressisti
o come in sogno a volte i pensionati.
Anna Setari
1.
Non c'era Dio: vuota la sua poltrona,
volato via, sparito, dileguato -
se pure mai un tempo c'era stato.
Non sapeva con che parole dirlo
mia nonna, come fosse una vergogna
di famiglia da perderci la faccia
coi vicini, venendomi incontro
tra quel mortorio di progenitori
delusi, spaesati, immusoniti
nei loro antiquati vestiti scuri,
smarriti in quella domenica lunga
senza festa, né banda, né sposi.
"Non te ne incaricare, figlia mia",
diceva lei, con ansia e mitemente,
sgranando nella tasca del grembiule
tra le dita il rosario di sempre.
E mi guidava per le scalinate
in visita alle stanze, alle cucine
e terrazze della casa paterna
padronale, su nella parte alta
della cittadella abbandonata.
Due leoni dormivano all'ingresso,
le scale erano ingombre di bambini.
Le donne spennavano in cortile
ali d'angelo, tanto per far passare
il tempo eterno. Facevano cuscini,
e qualcuna il solletico, ridendo.
Gli uomini col cappello sugli occhi
stavano muti in fila sui muretti.
2.
Nei sotterranei poi, chi ci scendeva?
La scala era di corda sfilacciosa
ed il puzzo dal fondo nauseante.
S'era pensato di ristrutturarli,
ma poi i lavori smisero, bloccati
da mancanza di voglia, contagiosa.
Allora da quel pozzo erano saliti
a prendere aria con tutta l'altra gente
quelli di sotto, un po' alla spicciolata,
fermandosi taluni sulla soglia,
altri mettendo piede in ogni stanza.
"Che dovevamo fare, figlia mia,
rimandarli in quell'immondezzaio?
Son poveri cristiani, uguali a noi..."
diceva mia nonna. Ed in effetti
non erano diversi poi dagli altri.
Solo i diavoli stavano in disparte
fumando in santa pace sulle sdraio.
Chi discuteva d'alta teologia,
in lingue morte e vive confutando
del suo vicino la erronea teoria,
chi giocava ai dadi e chi a tressette.
3.
Vieni, vieni , mi disse la mia nonna,
non startene a guardare queste ombre
oziose laggiù, senza più un'ombra
di quello che un tempo sono state:
non sono che un elenco di persone -
Vientene via, che ti voglio mostrare
- cammina appresso a me, figlietta mia -
inferno e paradiso sono insieme.
Prese per un stradella stretta a scale
che di filata tra orticelli e chiostri
portava fino in alto alle rovine.
Fu così , affacciandomi a guardare
da lì sopra - e c'era tutto un fitto
di tegoli e cortili e panni stesi -
che li vidi. Per caso, o fu lei forse
a indicarli stringendomi la mano.
Erano laggiù, su una terrazza -
una prua che s'apriva fra le case.
Lei s'era appoggiata alla ringhiera,
beata della vista mattutina,
e s'asciugava i riccioli nel sole.
Lui scherzava con in braccio
la bambina - la prima, quella
che sorride a un pupazzetto
nel ritratto a pastello dello studio.
Lo riconobbi credo dai capelli
ch'erano come al tempo della guerra,
lucenti, simili a quelli di Ulisse.
4.
Giungiamo ad una casa sul confine
di un lungo muraglione, lontana
da ogni altra, murata nelle pietre
di quella ormai cadente recinzione.
È qui che ha passato questi anni,
dice lei, e su in alto mi mostra
una finestra dalle imposte chiuse.
Ora è morta. La pelle si era fatta
negli ultimi tempi trasparente,
tesa, come di larva, o come un'ala
d'insetto. Si è consunta dunque,
di vecchiaia, dopo la lunga sua morte
presunta. Ed io non l'ho saputo -
o forse solo in sogno, con fatica
ho pensato un esilio, una remota
abitazione, solitaria, rossa
come le case cantonali al margine
di vecchie statali abbandonate,
come una casamatta su un crinale
o un orinatoio nell'angolo più cieco
dei giardini d'una città di malaffare.
Non ti credere, no, che non pensasse:
sempre ci pensava a voi due...
dice mia nonna. Parla perché è buona.
Ma non può saperli i suoi pensieri.
Nessuno sa i pensieri di mia madre.
"E chissà se mai" - questa è la mia voce
che va tentando quella falsa traccia -
"è venuta a guardarmi, da lontano,
di nascosto, come Anna Karenina
- se ha riconosciuta la mia faccia -
quando ero ancora bruna - se mi ha vista
da donna, allora, quando ero bella -
bella del mio bambino." Figlia mia,
che vai dicendo? ma te lo sei scordato
che mamma non ci vedeva, poverella?
5.
Nella luce viola del crepuscolo
seguendo i passettini da colomba,
ineguali, di mia nonna che scende
per una stradicciola disselciata,
forse a gradoni un tempo, adesso invasa
da cespi duri e fitti d'erbe matte,
mi sento salutare da una voce
e, come fossi al telefono di sera,
quasi mi pare di conoscerla,
anche se non distinguo figura
nè viso nel fondo delle ombre
addensate e fatte ormai notturne.
Ma ecco uno che, dal cupo di un portone,
si fa avanti, ed io, pure se incerta,
lo ravviso, e con molto stupore
sapendolo ancor vivo."Ah," dice, "quello
per cui ora ti confondi, è come pensi
ancora là, nella valle d'esilio,
presso quel fiume lento d'acque morte,
lungo le strade dal percorso breve
che, nei mattini coperti di sonno,
lo portano al lavoro senza voglia
e a sera, tra scie fioche di luci,
riportano alla stanza silenziosa,
dove spesso si chiede in quale punto
s'è persa la sua vita, in quale crepa,
in quale inciampo cadde, mirando
a quale meta ignota e proibita.
Lo vedi ancora in quelle stesse vie,
ma è morto in verità. Anzi sono, io,
morto. Da un pezzo. Fu come lui pensa:
cadendo, come avviene, nel salire
la gioventù, impervia, avventurosa.
Te lo dicevo - anzi lo diceva, lui,
d'essere morto e poi sopravvissuto
- e dipingeva un alto precipizio,
una scena teatrale da ex voto.
Tu ridevi, volendo che scherzasse:
alcune verità soltanto il sogno
può dirle, e il riso, qualche volta:
ogni altro discorso le dispoglia.
Accadde in anni che non ricordi più,
che hai sperperati in fuga di pensieri.
A lui invece duole ancora quel tempo
e gliene torna nella testa l'eco,
e lo sveglia dentro al sonno, in affanno
per il senso diviso d'esser vivo
in questa mezza luce d'uomo morto."
6.
Si usciva, oltre un corto sottopasso,
in un cortile con due fichi e un pozzo.
Lungo un muretto allineate in fila
alcune travi, e sopra vi sostava
un'aquila, che ogni tanto, oziosa,
apriva un poco le ali, come spesso
fanno i volatili sull'aia. Un vecchio
se ne stava nel sole su una soglia
intagliando qualcosa sui ginocchi,
e più in là, da uno spiazzo non in vista,
veniva un chiasso lieto, di bambini.
Il suo non c'era più da tanti anni -
quel figlietto che non gli somigliava,
quel figlio ch'era tutto della madre -
Un giorno s'era fatto taciturno,
geloso di tutti i suoi pensieri,
e s'era messo lungo una sua strada,
solo, con brevi gesti di commiato.
Pure la madre, allora, come il vecchio
era rimasta indietro sulla soglia,
anche se poi di finestra in finestra
fino all'alto solaio e sopra il tetto,
protesa in lungo volo di sospiri
lo cercava in cammino lungo gli anni.
Ma la strada del figlio si smarriva
nel fondo, polverosa, oltre gli estremi
muretti dei cortili, oltre i fossati
ed i campi, oltre gli eterni ritorni
delle lune e dei soli all'orizzonte.
La madre non scendeva più da basso:
fatta più lieve ormai del suo sospiro,
viveva in mezzo a tortore e farfalle.
Il vecchio stava invece sulla soglia
a far pinocchi e cavallucci ancora
per gli altri bambinetti, figli d'altri.
7.
Ai bordi del recinto appollaiati
stavano muti in fila gli sciamani,
immobili, con gli occhi semichiusi
e gli zigomi ossuti tra le mani.
Non avendo più sogni in cui viaggiare,
si muovevano poco, e lì d'attorno:
masticavano lenti qualche foglia
e, non si sa se fosse un'impressione,
ma parevano intenti ad osservare
uno sparuto gruppo di profeti
giocare a bocce non molto distante
con altri tali energici e canuti,
artisti vasai antichi plasmatori
pieni di buona voglia, quasi lieti
come degli scienziati congressisti
o come in sogno a volte i pensionati.
Anna Setari
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